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Da Urbino alla Barossa Valley: storia di un road trip australiano

di Arianna Bassi

Se due secoli fa era l’America la terra sognata dagli italiani per fare fortuna, oggi pare che sia l’Australia. Statistiche alla mano, sono moltissimi i giovani italiani che ogni anno lasciano la propria città per tentare la fortuna all’estero. Noi del Chronicle abbiamo chiesto a Gabriele Privitera, un

giovane Sales Account presso un’azienda italiana di ICT, che in Australia ha vissuto per più di un anno, di raccontarci la sua esperienza, per capire se è davvero la terra dei sogni e se vale la pena

Image courtesy of Gabriele Privitera.

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partire.

Laureato in economia e commercio all’Università di Urbino, Gabriele nel 2009 è partito per Londra sotto la spinta di un suo professore universitario, con la speranza di riuscire ad entrare in un dottorato di ricerca inglese. Purtroppo questo progetto non si è realizzato, ma la voglia di imparare bene la lingua della Regina e di provare a cavaresela da solo, lo hanno convinto a trasferirsi nella città dei Beatles. Dopo due anni di lavoretti precari ma utili per perfezionare la lingua, ha deciso di realizzare il suo sogno più grande: esplorare lo stato dell’Australia. E così, nel 2011 è partito.

 

Quando sei partito per l’Australia quali erano le tue aspettative?
In Australia sono andato con l’intenzione di fare un viaggio culturale e conoscitivo, quindi per allargare i miei orizzonti e le mie prospettive di visione del mondo. Non ero mai uscito dall’Europa ed ero incuriosito da questo stato così lontano, sognavo soprattutto la parte occidentale e il suo deserto. Ero affascianto dall’idea di viaggiare in macchiana per terrirori isolati, lontani dal traffico e dal caos umano.

 

Cos’hai fatto una volta arrivato in Australia?
La prima cosa che ho fatto appena arrivato è stato stampare 100 cv e iniziare a lasciarli ai gestori

Image courtesy of Gabriele Privitera.

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dei ristoranti. Mi sono mantenuto facendo il cameriere, il barista e il traslocatore. Non è stato difficile trovare un impiego, dopo una settimana già lavoravo. Sono stato avvantaggiato dal fatto che conoscevo bene l’inglese, perché è un requisito minimo per trovare un buon lavoretto. Poi facevo molti straordinari e lavoravo anche il sabato e la domenica, così da mettere da parte più soldi possibile. Così facendo, con un mio amico, poi compagno di viaggio, sono riuscito a comprare una macchina per iniziare il vero viaggio, quello per cui ero arrivato fino a lì.

 

Prima tappa del vostro road trip?

Prima tappa i famosi vigneti di Barossa Valley (vigne conosciute in tutto il mondo ed apprezzate anche in Toscana, grazie a dei gemellaggi e a degli scambi tra i viticoltori italiani e quelli australiani)

a raccogliere l’uva. Lì non è andata benissimo a causa della stagione molto secca per quell’anno e quindi le nostre attività di raccoglimento dell’uva sono state limitate. Pagavano poco nonostante il

Image courtesy of Gabriele Privitera.

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contratto avesse promesso stipendi migliori, e quindi dopo un mese siamo andati via. Ci siamo diretti verso il sud del paese. Ci siamo concessi due settimane di road trip e poi, arrivati a Perth, abbiamo trovato lavoro presso una fabbrica che impacchettava la carne.

 

È facile trovare lavoro in Australia?
Devo premettere che tutto dipende da quali compromessi tu sei disposto ad accettare, devi essere ben disposto e molto umile, perché sei straniero in una terra con una cultura molto diversa dalla tua. Devi essere tu a darti da fare per trovare un lavoro. C’è da dire che in Australia, quando sono partito io, non c’era la crisi che c’è in Italia e un posto da cameriere lo si trovava senza problemi, e la paga era molto buona. Ma tutto parte da quanto hai voglia tu di metterti in gioco. Ripeto, la conoscenza della lingua è essenziale però per trovare un lavoro buono, perché se non sai l’inglese ti tocca fare solo lavori senza contatto con il pubblico, come quello che ho fatto io a Londra appena arrivato, perché la lingua dovevo ancora studiarla per bene. Ma serve anche questo, perché ho imparato l’umiltà di prendere ordini da un ragazzo indiano molto più giovane di me. Io che avevo il mio 110 e lode ho capito che, in quella situazione, non valeva nulla. Lui aveva viaggiato mezzo mondo e parlava quattro lingue. Questo ti fa essere umile e stare con i piedi per terra. Forse oggi in Italia l’umiltà spesso manca.

 

Settimana scorsa il Corriere.it ha pubblicato un articolo in cui denunciava lo sfruttamento lavorativo che vivono i giovani italiani una volta arrivati in Australia. Tu hai mai subito trattamenti di questo tipo?
Andare in Australia, secondo me, oggi è diventata una moda. Credo che tutto però dipenda dalle aspettative personali. Se un ragazzo parte con l’intenzione di “andare a fare i soldi”, può essere che rimanga deluso. Se invece parte con l’intenzione di fare un’esperienza e, in virtù di questo, accettare

Image courtesy of Gabriele Privitera.

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anche dei compromessi – che possono essere salari bassi e/o condizioni di lavoro spesso non ottimali – allora vivrà il suo viaggio con un altro spirito. Oggi sono tanti i giovani che si muovono verso quel paese e ovviamente le cose sono un po’ cambiate rispetto a quando sono partito io. Oggi si decide di partire perché in Italia non c’è lavoro, non c’è futuro e quindi alcuni pensano che andando in Australia tutto si possa risolvere, ma non è proprio così. Tutto questo io lo paragono all’Erasmus durante l’università: molti partivano perché era più facile passare alcuni esami, ma tanti partivano per mettersi in gioco, imparare una lingua e scoprire una nuova cultura. Quindi tutto dipende da come parti e qual è il tuo desiderio. Io volevo andare in Australia perché avevo il sogno di fare un road trip e non mi interessava fare i soldi. E ho accettato tutti i compromessi.

 

Anche tu, quindi, sei stato sfruttato?
Sì, si può dire che anch’io sia stato sfruttato. I datori di lavoro fanno leva sul fatto che molti giovani con il visto turistico prendano questa possibilità come un’occasione temporanea, e che quindi siano disposti a lavorare in nero per guadagnare qualcosa e intanto fare un’esperienza nuova. Può durare al massimo tre mesi, ed effettivamente le dinamiche del lavoro non sono le migliori. Noi dormivamo per terra, la farm dove lavoravamo era gestita da una signora che faceva colazione con il wishky. Ma

Image courtesy of Gabriele Privitera.

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è stato particolare, anche perché ho condiviso questa esperienza con persone che venivano da tutto il mondo, quindi lo sfruttamento è passato in secondo piano. Ero felice di essere lì, anche se faceva caldissimo e lavoravamo dalle 5 della mattina fino al pomeriggio per 13 dollari l’ora. Sapevo che era un periodo di vita limitata, e quindi non sono stato a pensare allo sfruttamento e al resto, me la sono vissuta scegliendo umilmente il compromesso. Senza puzza sotto il naso.

 

Sei partito con l’intenzione di rimanere in Australia o hai sempre saputo che saresti tornato a casa?

Ho fatto un investimento culturale su me stesso, ed ero aperto a qualsiasi possibilità. Se avessi trovato un lavoro in Australia sarei rimasto. Non è successo, ma io ero pronto a rimanere. Quando parti devi avere la prontezza di cambiare insieme alle cose che ti capitano. L’esperienza di viaggio è anche tenersi tante porte aperte. Oggi punto a un lavoro in Europa.

 

Per vedere le foto di Gabriele e del suo road trip, sfoglia la gallery!

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