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Italiani all’estero: essere un ricercatore in Olanda

di Arianna Bassi

eugenio zoni

C’è chi parte e non torna più e c’è chi parte ma promette di fare ritorno. E uno di questi è Eugenio Zoni, ricercatore in un ospedale universitario a Leiden si occupa di studi sul tumore della prostata. Partito tre anni e mezzo fa per fare un dottorato, dopo aver conseguito la laurea a Milano, ha sempre l’Italia nel cuore, anche se l’Olanda lo ha accolto a braccia aperte. Lo abbiamo raggiunto tra il pallido sole di una bella stagione che lassù stenta a partire, e gli abbiamo chiesto di raccontarci del suo lavoro, delle sue vittorie e, soprattutto, di come si vive in un paese così diverso dal nostro. Le risposte sono state sorprendenti, perché per una volta l’Italia non ne esce sconfitta. Accusa i suoi colpi ma la speranza per il futuro c’è. E non è poco.

 

Perché hai deciso di andare all’estero?
Dopo essermi laureato volevo fare un dottorato di ricerca. Ho avuto la fortuna di fare la tesi di laurea specialistica in un istituto a Milano dove lavorano molti ricercatori che hanno trascorso all’estero un periodo della loro carriera. Ciascuno di loro, fin dal primo momento, mi ha spronato ad andare via dall’Italia. Mi dicevano: “All’estero è meglio, c’è una mentalità diversa e ci sono investimenti maggiori nella ricerca, e conseguentemente la qualità del lavoro è migliore”. Di fatto è vero. E tendo a precisare che la qualità del lavoro è migliore, ma non la qualità della ricerca. In Italia la qualità della formazione è ottima, noi siamo molto ben preparati e lavorando all’estero questo lo percepisci, e lo stesso vale per la qualità della ricerca, che in Italia è molto buona. Ci sono molti gruppi italiani con ottime idee, che pubblicano lavori di spessore. Purtroppo le condizioni in cui questi gruppi lavorano sono molto spesso non degne di questo mestiere.

 

Il tuo lavoro è possibile svolgerlo anche in Italia?
Parzialmente sì. Anche se recentemente il parlamento italiano nel recepire una direttiva europea ha, di fatto, posto notevoli limitazioni alla ricerca biomedica e questo avrà un impatto molto forte sulla ricerca sui tumori, per esempio. Nella ricerca sul cancro quelli che qui chiamiamo “xenograft” (xenotrapianti) sono fondamentali. Si tratta di modelli animali utilizzati per studiare il comportamento di cellule tumorali in situazioni complesse e “più vicine” all’uomo. Senza l’utlilizzo di questi modelli sarà impossibile studiare se farmaci anti-tumorali sono efficaci nel combattere la malattia, prima di somministrarli all’uomo.

 

La tua preparazione universitaria è stata sufficiente per poter affrontare il tuo lavoro all’estero?
La mia preparazione universitaria è stata decisamente sufficiente per affrontare il mio lavoro qui in Olanda. Noi siamo molto ben preparati e questo si percepisce quando avvengono discussioni di lavoro. Addirittura oserei dire che noi italiani, in alcuni campi, siamo anche meglio preparati di loro. Il problema è che gli olandesi sono più “spigliati”. Loro acquisiscono durante l’università una consapevolezza di quello che sanno e possono fare che da noi manca. Per fare un esempio: io ho iniziato a lavorare contemporaneamente a un mio collega olandese. All’inizio lui andava molto più veloce di me per il semplice fatto (e questo l’ho capito dopo) che era consapevole di poter fare e di poter pianificare il suo lavoro. In Italia i miei colleghi ed amici che stanno facendo il dottorato, mi raccontano che a volte è estenuante. Ogni singola cosa deve passare dal “Professore” di turno che deve dire se “va bene o non va bene”. Di fatto in questo modo la consapevolezza dei propri mezzi svanisce. Se poi aggiungiamo la cantilena del “sarete disoccupati a vita” che ti raccontano in continuazione durante gli anni di università, allora si capisce perché uno si trova un po’ “stranito” quando improvvisamente gli viene dato del credito e della autonomia.

 

Le opportunità che ti ha dato il paese che ti ospita, pensi che potrebbero esserci anche in Italia, magari in un futuro prossimo?
Assolutamente sì. Quello che deve cambiare è la forma mentis delle persone. Che opportunità mi ha dato l’ Olanda? L’opportunità innanzitutto di avere del credito e di essere considerato come un collega dal mio capo e dagli altri. Qui io mi rendo conto di essere parte importante di un gruppo e di essere un elemento che contribuisce a quello che produciamo come team; io qui percepisco che il dottorato non è un contratto precario, ma è considerato come un lavoro vero. In questi tre anni e mezzo, guardando alla mia professione, l’Olanda mi ha dato la possibilità di andare molte volte a presentare il lavoro che stiamo facendo a meeting internazionali e il progetto a cui partecipo mi ha dato l’opportunità di incontrare e collaborare con colleghi che lavorano in diversi gruppi, in Europa e nel mondo. Credo che tutti questi contatti e collaborazioni siano positive in previsione del mio futuro dopo il dottorato, e saranno magari spendibili per continuare a lavorare nel mio campo.

 

Pensi di tornare a lavorare in Italia? Quello che stai imparando in Olanda, ti permetterà di svolgere meglio il tuo lavoro a casa?
Io in Italia voglio tornare. L’Italia è casa mia ed è il mio paese, io non sono scappato da tutto questo. Quello che sto facendo in Olanda non avrei potuto farlo se non avessi studiato così bene in Italia. Guardando alla carriera, se vogliamo dirlo così, credo che potrò beneficiare (in Italia e altrove), quando cercherò un nuovo lavoro, di tutto quello che ho imparato e fatto durante questi 4 anni in Olanda. Qui, per esempio, per ottenere il dottorato sono necessarie un certo numero di pubblicazioni (dipende da università a università). In altri paesi, tra cui l’Italia, di fatto non è così. Nel nostro lavoro le pubblicazioni sono un po’ come il biglietto da visita. Io penso e spero che i lavori che fino ad oggi ho pubblicato, e a cui sto lavorando, serviranno per avere magari una carta in più da giocare in futuro!

 

I tuoi colleghi che svolgono la professione in Italia, hanno una preparazione/esperienza più scarsa rispetto alla tua, fatto dovuto magari alla mancanza di mezzi?
I miei colleghi che svolgono lo stesso lavoro in Italia hanno la mia stessa preparazione nel momento in cui iniziano il dottorato. La differenza, a mio avviso, si manifesta nel momento in cui inizi a lavorare. Come dicevo prima, qui il nostro lavoro è un lavoro vero! In Italia chi studia Biotecnologie (come nel mio caso) passa 3 anni di laurea triennale prima e 2 anni di specialistica poi, a sentirsi ripetere che sarà precario per tutta la vita e che non troverà mai lavoro se – povero illuso – vuole fare il ricercatore, perché non ci sono soldi. Quando sono arrivato in Olanda, io ho perso del tempo molto prezioso per comprendere come funzionavano le cose, perché mi sono trovato in una realtà che era totalmente diversa dalla mia e mi sembrava quasi incredibile. Il mio capo mi ha dato carta bianca dal primo giorno. Lui si è fidato di me fin da subito e mi ha dato tutta la autonomia nel decidere cosa fare e come farlo. Ho impiegato del tempo a capire che potevo fare e osare,  provando si impara ad essere autonomi e a fare bene il proprio lavoro. La mancanza di mezzi è effettivamente un problema in Italia, ma non è il solo. Per esempio, tecnicamente parlando, nell’istituto dove ho fatto la tesi io a Milano (il IFOM, il primo centro di ricerca italiano specializzato nello studio della formazione e sviluppo dei tumori a livello molecolare, ndr) i mezzi ci sono e sono assolutamente comparabili a quelli che ci sono qui in Olanda. Quello che è diversa secondo me è la mentalità.

 

Cosa ti manca di più dell’Italia, oltre alla tua famiglia e agli amici?
Beh, facendo un po’ di ironia, gli olandesi saranno anche autonomi, ma a volte sono un pochino freddini… mi manca a tratti il calore delle persone e a volte – incredibile – mi mancano proprio gli italiani! Anche il sole, ad essere sincero, qui è abbastanza raro! Un’altra cosa che mi manca dell’Italia è l’umiltà delle persone, soprattutto sul lavoro. Come dicevo prima, l’Italia è casa mia, è il mio paese e io personalmente non sono felice nel vedere tutti questi ragazzi che partono per l’estero, mi rattristo nel considerare che da quando sono arrivato in Olanda il numero di italiani che lavorano nel mio ospedale è quadruplicato. Nel mio gruppo adesso siamo in 4, su un totale di 9 persone! A me non fa sentire meglio pensare che quello che io ho prodotto in questi tre anni porti una affiliazione di una università olandese, piuttosto che di un’università italiana, perché quello che io ho prodotto facendo questo lavoro non l’ho imparato qui, ma per l’80% in Italia! Io qui ho imparato a fare questo mestiere ed è questo secondo me che in Italia manca. Noi in Italia siamo bravi a formare le persone, ma dovremmo anche imparare a farle lavorare.

 

Com’è vivere in Olanda?
È facile! Io qui mi trovo molto bene, ci ho messo un po’ ad abituarmi ma alla fine sono contento e Leiden mi piace davvero molto. Io sinceramente vorrei rimanere qui ancora per un po’ di tempo, ho trovato un mio equilibrio e sto bene. Il costo della vita è praticamente identico a quello italiano, se vai a fare la spesa in un supermercato i prezzi sono gli stessi. Quello che costa veramente tanto sono i trasporti, che infatti funzionano! Tuttavia ho una bicicletta, come tutti, quindi i trasporti non sono un problema. Gli Olandesi sono disponibili, ci vuole un po’ ad entrare nella loro dimensione, e poi si capiscono molte cose. Sono molto più rilassasti di noi, forse perché stanno anche meglio e sanno anche come godersi la vita senza troppi problemi. Il mio bilancio fin qui è positivo!

 

Cinque consigli per chi decide di trasferirsi per lavoro o studio a Leiden.
Consiglio numero uno: procurarsi una bici, in questo modo l’80% del lavoro è fatto! Scherzi a parte, prima ocsa serve una casa. Per trovarne una ci sono diversi siti, io la mia l’ho trovata su internet, ma anche su facebook c’è questo gruppo per gente che cerca una stanza/casa a Leiden. L’Olandese è una lingua abbastanza diversa dall’italiano, io ho fatto due corsi, adesso un po’ lo capisco ma il problema resta pronunciare certi suoni incomprensibili! Gli olandesi sono molto contenti se provi a parlare la loro lingua e apprezzano i tuoi sforzi per cercare di impararla. Per quanto riguarda la spesa e il modo di mangiare, che dire, noi siamo abituati fin troppo bene! A parte gli scherzi, al supermercato si trova praticamente tutto. Quello che compravo in Italia per farmi da mangiare, bene o male, lo trovo anche qui. Infine, l’ultimo consiglio ma forse il più importante: sapersi adattare. Questo non vale solo per chi viene in Olanda, ma per qualunque persona che decida di partire e di andare a lavorare per un periodo in un’altra realtà. Non bisogna dimenticare che noi siamo ospiti a casa loro. Lamentarsi è facile e anche la tentazione di criticare a volte è molto forte. Ma essere qui è una mia scelta, non mi ha obbligato nessuno a venire a Leiden. Se uno si sa adattare, automaticamente vive meglio e si integra molto più facilmente e velocemente con le persone e con tutto il resto. Sapersi adattare, diventare flessibile e imparare ad essere autonomo in una realtà diversa dalla mia è forse una delle cose più importanti che ho imparato qui e questa, credo, sarà sicuramente una carta in più da giocare in futuro, ovunque io sarò.

 

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