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Imprenditori di successo a 29 anni. La storia di Alessandra Parise

di Arianna Bassi

 

Diventare imprenditore a 29 anni è una scelta importante. Soprattutto di questi tempi, dove la lamentela più diffusa riguarda la mancanza di lavoro e di denaro. Ma Alessandra Parise, oggi 33enne, quattro anni fa ha deciso di lasciare il suo impiego in un’agenzia torinese di organizzazione d’eventi e ha preso in mano l’eredità imprenditoriale di suo padre Bruno.Alessadra_Parise - Copia
Un’idea, quella paterna, che era ancora un embrione, ma che già puntava in alto. Alessandra e i suoi due fratelli hanno saputo mantenere lo spirito paterno ma hanno capito che per avere successo ai giorni nostri, serviva il supporto di nuove strategie di marketing e una forte presenza sui social media. Dimostrando che per lanciare un nuovo brand il web è ancora fondamentale. La Bruno Parise Italia è un marchio di moda per propone un nuovo modo di concepire la borsa, sfruttando la sapienza manifatturiera veneta rivista in chiave innovativa. Per questo la scelta di utilizzare un telaio a pedali dei primi del Settecento: sfruttato inizialmente per creare arazzi, oggi è stato modificato in modo da tessere sottili fettucce di pelle per dar vita a borse e scarpe. Noi abbiamo raggiunto Alessandra Parise a Torino, dove vive con il compagno musicista, per scoprire cosa voglia dire lanciare un brand, partire da zero e sfondare nel mercato italiano ed estero. E tra divagazioni filosofiche e riflessioni sulla famiglia, ci ha raccontato che l’importante è guardare avanti ed essere concentrati su se stessi e sulla propria idea. E il successo arriverà, senza alcun dubbio.


Come nasce la Bruno Parise Italia?
Mio padre Bruno dopo essere andato in pensione, non riuscendo a rimanere fermo a casa, ha iniziato a informarsi su come poter fondare l’azienda, testando il prodotto in giro, facendo un lavoro di preparazione. L’azienda in sé è nata quando io ho deciso di lasciare il mio lavoro di organizzatrice di eventi, che avevo svolto per sette anni, e di dedicarmi a questo suo progetto. Avevo capito che c’erano le idee e il potenziale, ma a una persona del 1942 mancavano tutta una serie di skills legate al mondo della comunicazione digitale che invece io avevo. Così ho deciso di intraprendere questa avventura. Inizialmente come consulente, perché all’epoca volevo mantenere più lavori nel campo della comunicazione, ma poi ho capito che nelle cose o ci metti il 100% oppure i risultati non vengono, o per lo meno non nei tempi che desideri. Quindi mi sono dedicata interamente a questo progetto.


Rispetto al prototipo d’azienda di tuo papà, quali sono stati i punti forti introdotti da te?
Il prototipo di azienda proposto da mio padre era solo una bozza di quello che poi sarebbe diventata. Lui si era occupato della creazione dei modelli, ha reso reale la tessitura della pelle con i telai del Settecento, ha fatto ricerca tra i negozi più belli della zona intorno a noi – Lombardia e Triveneto – entrando nei negozi e proponendo i nostri prodotti. Io ho creato una rete di vendita strutturata, ho cercato una serie di showroom che oggi ci Telaivendono in maniera autonoma in tutta Italia ed anche all’estero, ho iniziato a fare comunicazione, in termini di social media e ufficio stampa. Con l’introduzione in azienda di mia sorella la parte dei social è passata a lei, io mi occupo principalmente di gestione commerciale oltre al rapporto con i clienti e la produzione. Mio padre continua ad occuparsi di design: lui propone l’idea a un team che poi si occuperà di realizzarla tecnicamente. Alcune non sono realizzabili e subentro io a dirgli: “Bella ma costa troppo, quindi non va bene!”. C’è molta collaborazione per far sì che il prodotto esca stilisticamente perfetto ma con un prezzo competitivo, in linea con il nostro posizionamento.


All’università hai studiato scienze della comunicazione, cosa ti ha dato questa facoltà per affrontare il tuo lavoro di imprenditrice?
In realtà il lavoro l’ho imparato sul campo, non certo in università. Io credo che l’università, soprattutto la mia facoltà, ti formi come persona, dia vita alla tua cultura, più che darti degli strumenti veri per affrontare il lavoro. Organizzare eventi o fare comunicazione lo impari solo lavorando. Quelli che scelgono le facoltà umanistiche devono essere persone che vedono l’università come accrescimento personale, che sicuramente sarà importante per il lavoro futuro, ma non posso dire che insegnino un lavoro.


Hai deciso di lasciare il tuo lavoro in agenzia perché il futuro professionale che ti eri immaginata non è arrivato?
Considera che io ho cambiato impiego quando avevo quasi 30 anni. Lavorare nel mondo degli eventi, se lo fai in un certo modo, ti risucchia. Quando mi sono licenziata ero appena stata assunta, dopo anni di contratti a progetto sognando un indeterminato, me ne sono andata. Mi sono detta: a cosa mi servirebbe un contratto se con questo stipendio non posso nemmeno comprarmi una casa? Non posso nemmeno avere dei figli se sono sempre in giro per lavoro… non volevo diventare come le mie colleghe che alle 19:30 erano ancora in ufficio e non sapevano come fare con i bambini. Nel momento in cui ti fai una famiglia ti ci devi dedicare e con quel tipo di lavoro a me sembrava impossibile. In più avevo voglia di gestire una cosa tutta mia. Vedevo le potenzialità di questo progetto di mio padre, nonostante le difficoltà che c’erano e ci sono ancora, non è facile lanciare un brand. Però sommando le cose, mi sono buttata. Io sento l’esigenza ogni tanto di dare una svolta alla mia vita, sarà che sono ariete e ho bisogno di sfide nuove.


Quali sono le difficoltà maggiori che riscontri nel lavorare in un’azienda tua?
Lavorare da sola non è facile, sei sempre precaria, ma ti gestisci autonomamente, gestisci il tuo business strategy processtempo e tutto quello che fai è per colpa o merito tuo. In questo senso è una sfida che accetto sempre molto volentieri, nonostante le difficoltà. È tutto sulle mie spalle, il rischio aziendale è solo mio, ma va bene così. In più non si deve dimenticare che la nostra è un’azienda famigliare, quindi con una serie di complicazioni che in un lavoro standard non hai. La voglia di fare bene, il desiderio di non deludere la tua famiglia, tante implicazioni emotive che non ci sono in un altro posto di lavoro.


I tuoi genitori hanno avuto un peso importante nella tua scelta? Quanto ti hanno influenzata?

Non mi hanno mai fatto pressioni per farmi entrare in azienda. Mio padre prima aveva un’altra attività, gestiva una trentina di negozi d’abbigliamento sparsi tra il Triveneto e la Lombardia. Poi ha chiuso perché io ero a Torino, mia sorella a Milano e mio fratello ai tempi era piccolo, e quindi a 70 anni è andato in pensione. Ma c’è stato solo 5 minuti e poi si è rimesso in gioco con questo progetto.

Le seconde generazioni ha una marcia in più?
Credo che non si possa generalizzare, ma sono convinta che se i genitori valevano verosimilmente anche i figli valgano. A prescindere dalla mia esperienza in agenzia, che mi ha formato, dato un metodo e una certa professionalità, la mia mentalità è sempre stata di stampo imprenditoriale, ereditata da mio padre. Io credo sinceramente che i giovani d’oggi abbiano del potenziale ma siano così frustrati che non riescano ad esprimerlo. Credo sia necessaria tanta umiltà, che i nostri genitori avevano forse perché venivano da un periodo storico difficile, il dopo guerra, la guerra del Kippur, la guerra del petrolio, erano tante le problematiche. Adesso i problemi sono più enfatizzato solo dal fatto che siamo tutti interconnessi e l’informazione è più accessibile. Certo che hanno avuto anche


Image courtesy of  marcolm at FreeDigitalPhotos.net

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dei momenti floridi, come gli anni Ottanta e il boom economico, ma hanno vissuto due fasi completamente opposte e in contrasto. Forse oggi si piange un po’ troppo miseria, anche in tv, ma io vedo tanta gente intorno a me che, nonostante i problemi lavorativi, èin gamba e capace, magari è stata anche licenziata, ma si è sempre rimboccata le maniche. Credo che tutto sia dato dalla capacità e dalla volontà delle persone. È vero anche che poi ognuno di noi si circonda di persone simili a sé, magari io vedo delle realtà che non sono le più comuni. Ma ci vuole una dose di ottimismo, di energie positive che portano a una buona riuscita del progetto, di quello che fai.


Tre consigli per un under 30 che vuole diventare imprenditore?
Citerò l’amministratore delegato dell’azienda per cui lavoravo prima, che quando me ne sono andata mi ha detto: “Se vuoi ottenere dei risultati ti ci devi mettere al 100%. Ci saranno momenti negativi, patirai, ma solo se ci metti il 100% otterrai quello che vuoi”. Quindi il vero consiglio è di non spaventarsi per le difficoltà e i momenti bui, ci sono sempre ma sono proiettati verso dei risultati. Occorre essere sempre realistici nei confronti della propria idea e del potenziale delle idee. Nel mercato della moda e degli eventi bisogna differenziarsi, avere l’idea. È importante avere creatività e spunti, una forte attenzione al mercato e a quello che si ha intorno. E i risultati arrivano. State certi che arrivano.



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