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Inglese e lavoro: quanto i neolaureati lo parlano e quanto serve davvero alle aziende?

di Arianna Bassi.

 

L’inglese e i giovani laureati. Tra bugie sul cv e corsi online, gli italiani oggi sanno parlare davvero very fluent?

Che l’inglese sia fondamentale per trovare lavoro, lo sanno tutti. Le aziende pongono come requisito minimo per la candidatura ad una posizione la conoscenza della lingua di Shakespeare. Ma quante

Image courtesy of   jesadaphorn at FreeDigitalPhotos.net

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volte è capitato di leggere su un annuncio “richiesto inglese fluente” e domandarsi se davvero questo servirà al lavoro per cui ci si sta proponendo, perché avere personale che parla le lingue fa subito international, anche se poi, in pratica, mai capiterà di dover dire “Nice to meet you”.

 

Pare che la leggenda che gli italiani parlino poco e male l’inglese è ormai superata. Sono finiti i tempi in cui si partiva per le vacanze all’estero senza sapere un’acca delle lingue straniere e si improvvisava una comunicazione gestuale degna dei migliori film comici. Oggi i ragazzi studiano a scuola e si iscrivono a corsi extra per migliorare il livello, per arrivare pronti al colloquio di lavoro.

Secono una ricerca pubblicata da ABA English – accademia online specializzata nell’insegnamento della lingua inglese con un approccio alla lingua basato sui principi del metono naturale – i giovani italiani si stanno impegnando per poter affermare, senza mentire, che sanno davvero parlare l’inglese. Sui 3 milioni di studenti presi in esame, il 65% degl studenti dell’Accademia ha un lavoro, a dimostrazione della stretta relazione la conoscenza delle lingua e la possibilità di essere occupati anche in tempo di crisi. Il 17% ammette di essere tornato sui banchi di scuola perché alla ricerca di un impiego, identificando nello studio della lingua la possibilità di trovare occupazioni più soddisfacenti.

Image courtesy of   stockimages at FreeDigitalPhotos.net

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Detto questo, la domanda rimane: come si gestisce la questione della lingua straniera in un colloquio di lavoro? Se mento sul cv, lo scopriranno?

 

Abbiamo chiesto tutto questo a Benedetta Motta, Chief Recruiter Officer di Future Manager (Network internazionale di ricerca e selezione di giovani laureati), che ci ha raccontato come un selezionatore riesca a smascherare una conoscenza non proprio fluent della lingua straniera.

 

Come fa un selezionatore a capire il reale livello di inglese del candidato?
Ci sono molti modi per sondare la conoscenza reale della lingua inglese del candidato. Il livello segnalato sul cv è un’autovalutazione, quindi non è possibile fidarsi ciecamente. Le certificazioni che potrebbero sembrare la via più immediata non sono valutabili, perché nella maggior parte dei casi datate. Solo alcune università richiedono certificazioni di alto livello prima della laurea (Toefl o Toeic), ma gli esami sostenuti durante la scuola superiore non possono essere tenuti in considerazione. Quindi si parte dal livello di autocertificazione, ma poi si cercano nel cv esperienze all’estero, magari un periodo di Erasmus, oppure se attualmente sta svolgendo un lavoro che preveda l’uso dell’inglese quotidianamente.

 

Come si capisce se un candidato ha mentito sul cv?
Già dalla prima telefonata di contatto si iniziano a fare delle domande di controllo, per capire se il candidato è davvero in possesso del livello dichiarato. Lo step che fa crollare le bugie è dire che parte del colloquio sarà in inglese, chi ha mentito a quel punto per evitare la figuraccia ammette che forse non è così fluent come ha scritto. A colloquio sempre si fanno due domande in inglese, relative al proprio cv. Si fa anche un test scritto per capire il livello di grammatica.

 

Image courtesy of   graur razvan ionut at FreeDigitalPhotos.net

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L’inglese è richiesto sempre, ma quali sono le aziende che richiedono i livelli più alti?

Tutte le aziende che cercano delle posizioni tecniche, ingegneristiche, richiedono alti livelli di inglese perché sono multinazionali e necessitano di personale in grado di comunicare anche con le sedi fuori dall’Italia. Possiamo dire che richiedere l’inglese sia ormai uno standard, ma per alcuni si sa già all’inzio della ricerca del candidato che non sarà davvero utilizzato, quindi anche a livello di selezione si fanno delle differenze. Chi proviene da facoltà tecniche ha una base più alta, perché molti corsi in università sono già in lingua. Le facoltà più penalizzate sono quelle umanistiche, perché non hanno molte occasioni di studiare direttamente in inglese, Erasmus a parte.

 

Qual è il livello minimo di conoscenza necessario per sostenere un colloquio senza difficoltà?

Il livello minimo è il B2, anche se con un B1 ce la si può cavare. Ovviamente dipende da che tipo di lavoro si va a fare. L’importante molte volte non è il pieno controllo della grammatica, ma la capacità di relazione verbale. Essere capaci di comprendere e sostenere una conversazione è la cosa più importante. La fase scritta, soprattutto se tecnica, fa meno paura perché fa parte della conoscenza professionale.

 

Image courtesy of   David Castillo Dominici at FreeDigitalPhotos.net

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Quanto sanno l’inglese gli italiani?

La situazione sta migliorando, il livello medio si sta alzando. Lavoro sul target dei neolaureati da 5 anni e la differenza si vede. Dipende sempre dalla facoltà e dall’università, ma ormai tutti hanno una base accettabile. Bisogna segnalare che purtroppo ci sono università che possiamo definire “non al passo coi tempi”, e quindi poco proiettate sull’internazionalità. Ma ci sono molti modi per migliorarsi, anche senza il supporto delle scuole. Ci sono molti siti online che permettono degli exchange gratuiti con studenti stranieri che vogliono imparare l’italiano, così è più facile potersi esercitare. Guardare i film e i telefilm in lingua poi rimane sempre la miglior scelta per mantenere allenato l’orecchio e il vocabolario.

 

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