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Brexit: che cos’è e quali sono le conseguenze

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Oggi, 23 giugno 2016, potrebbe rappresentare una data storica nel panorama Europeo e non solo.

 

In Inghilterra, infatti, a partire dalle ore 08:00 di questa mattina, 46,5 milioni di cittadini si recheranno alle urne per sostenere o meno la partecipazione della Gran Bretagna all’interno dell’UE.

 

Il referendum su cui sono puntati gli occhi di tutto il mondo viene denominato Brexit e andrebbe a sancire una chiusura definitiva dell’Isola d’oltre Manica verso un istituzione mai digerita dal governo locale. 

 

Fino ad oggi, l’Inghilterra ha fatto parte dell’Unione Europea sotto il punto di vista legislativo ma non economico: niente euro, niente vincoli monetari.

 

Le argomentazioni a favore di ciò vengo rese sulla base dei tassi di interesse: secondo i famosi “euroscettici”, l’utilizzo di una moneta unica porterebbe alla formazione degli “Stati Uniti d’Europa”, con conseguente accentramento economico e parametri vincolanti.

 

D’altro canto, coloro che invece propendono per l’introduzione dell’Euro, argomentano la propria tesi sulla base del rischio di scambio, troppo alto in alcune circostanze (1 euro = 0,76 sterline).

 

Ora, nel caso in cui dovesse vincere il “leave“, ovvero l’uscita dall’euro-zona, le conseguenze del Brexit sarebbero molteplici.

 

SkyTg 24, a tal proposito, ha cercato di stilare i possibili effetti economici e non solo:

 

“Uscire dall’Ue è una procedura lunga e complicata quindi, se la Brexit diventasse realtà, nei giorni immediatamente successivi cambierebbe poco o nulla. Londra, tra le prime cose, dovrebbe modificare la sua legislazione nazionale per rimpiazzare la tante leggi derivanti dalla sua partecipazione all’Ue, a cominciare dal settore della finanza. Uno dei principali problemi da affrontare, poi, sarebbe la riscrittura dei trattati che regolano i rapporti tra Regno Unito e il resto dell’Unione: oltre all’accordo per il ritiro dell’Uk, quindi, dovrebbe partire un negoziato sulle relazioni post-Brexit. Le due trattative potrebbero andare in parallelo, ma difficilmente si chiuderebbero in un paio d’anni. Il presidente Ue Tusk ha parlato di “7 anni almeno”, il governo britannico di “un decennio o più”. Tutto dovrebbe essere rinegoziato: dagli accordi commerciali ai programmi di ricerca e per le pmi, dall’Erasmus alle norme di conformità dei prodotti. Altri nodi da sciogliere riguarderebbero le centinaia di migliaia di cittadini europei che lavorano nel Regno Unito e di britannici che lavorano nell’Unione Europea, le aziende con sedi o filiali nel Paese che potrebbero subire cambiamenti nella tassazione e ridurre il personale o spostarsi sul continente, i funzionari britannici dell’Ue, i programmi dell’Unione in corso, i fondi già assegnati. A rendere la situazione più difficile potrebbe essere anche la volontà dell’Ue di “punire” il Regno Unito, ad esempio con dazi particolari, per disincentivare altri Paesi ad uscire.”

 

Per quanto concerne, invece, i possibili modelli post-leave, le tre opzioni più accreditabili sarebbero le seguenti:

 

  • Unirsi con Norvegia e/o Islanda come membro dello Spazio Economico europeo (in modo da poter avere accesso al mercato continentale)
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  • Scegliere il modello adottato dalla Svizzera, ovvero firmare alcuni accordi di settore con l’Unione Europea
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  • Restare completamente indipendente, diventando così un Paese esterno alle logiche dell’UE tanto quanto gli Stati Uniti.
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Gli ultimi sondaggi pubblicati poche ore prima dell’apertura delle urne, infine, danno il fronte del sì in vantaggio su quello del no, ma con una percentuale molto sottile: 51% contro 49%.

 
 
 

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