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Suffragio Universale: libertà del popolo o arma a doppio taglio?

 

Venerdì scorso, attraverso uno speciale dedicato esclusivamente al Referendum Brexit, abbiamo cercato di capire quali potessero essere le cause e le conseguenze di una decisione popolare che ha, di fatto, escluso il Regno Unito dall’Unione Europea.

Senza entrare troppo nei dettagli tecnici, uno dei fattori che più mi ha fatto pensare negli ultimi giorni è il concetto che gira intorno al cosiddetto “Suffragio Universale“.

Lungi da me dare un giudizio su un argomento tanto intricato quanto pericoloso, è interessante soffermarsi un attimo sulla validità di questo strumento.

Nell’ultimo week-end se ne sono sentite di tutti i colori: politici corrotti, marcia indietro di Farage, al via un nuovo referendum, adesso lo faranno anche gli altri, ecc. ecc. ecc.

Alla conta dei fatti, tali supposizioni lasciano il tempo che trovano, al di là dell’opinione legittima che ognuno di noi può avere riguardo un tema così complesso: i cittadini inglesi hanno deciso, i cittadini inglesi non vogliono l’Europa.

Ora, secondo l’enciclopedia Treccani, Il suffragio universale è il principio secondo il quale tutti i cittadini di età superiore ad una certa soglia, in genere maggiorenni, senza restrizioni di alcun tipo a partire da quelle di carattere economico e culturale e altre quali ceto, censo, etnia, grado di istruzione, orientamento sessuale e genere, possono esercitare il diritto di voto e partecipare alle elezioni politiche, amministrative e ad altre consultazioni pubbliche, come i referendum.

Ciò significa, sostanzialmente, che possono votare allo stesso modo sia coloro che vivono in città e sono “bombardati” dall’informazione mediatica attraverso il web, sia coloro che rimangono invece ancorati ad una logica diversa, di campagna, ancorata a radici nazionaliste ben salde e difficilmente integrabili con la società di oggi.

In Gran Bretagna, se ci pensate, è accaduto proprio quanto sopra descritto: mentre i ragazzi compresi tra i 18 e i 24 anni (la generazione erasmus) hanno votato quasi all’unanimità per restare all’interno dell’Unione Europea, i “veterani” hanno invece preferito l’indipendenza, andando così ad influenzare, volente o nolente, il futuro dei loro nipoti.

Ma, tant’è, la maggioranza ha detto no, e quindi addio UE, con tutte le sfaccettature del caso.

Il punto cruciale del discorso sta tutto qui: attraverso il suffragio universale il popolo, sovrano, sceglie e le istituzioni non possono che accettare le decisioni prese.

La parola “democrazia” deriva dal greco δῆμος (démos) popolo e κράτος (cràtos) potere: governo del popolo. E’ evidente, che, sotto questo punto di vista, la democrazia diretta rappresenta la più alta forma di libertà individuale e collettiva.

D’altro canto, dando la possibilità a tutti di votare, le circostanze (persone più o meno afferrate sull’argomento, leader politici che, attraverso le proprie parole, attraggono a se coloro che non hanno interessi nei confronti della politica) possono produrre risultati inaspettati e, a volte, controproducenti.

Si pensi, appunto, alla questione Brexit, con il crollo naturale della sterlina; oppure alle elezioni nazionali in Spagna, che hanno portato alla vittoria ancora una volta il Partito Popolare, ma senza avere i numeri per poter governare.

Democrazia, però, non è solo questo, è un concetto più grande per cui sono morti, e ancora oggi muoiono, migliaia di persone: una civiltà libera, cosciente, consapevole e che sceglie.

La domanda finale, da 100 milioni di euro, è la seguente:

Al netto delle decisioni prese negli ultimi giorni, di chi è la responsabilità, giusta o sbagliata che sia? Del popolo sovrano che sceglie o delle istituzioni che incalzano?

 
 
 

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