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Questo mondo è impazzito

Devo essere sincero. E’ difficile riuscire a trovare un argomento che sia adeguato alla linea editoriale del nostro magazine, focalizzato sul mondo del lavoro e dei giovani laureati.

E’ difficile perchè, quasi come se fosse un leitmotiv continuo, le ultime settimane sono state contraddistinte da eventi brutali, infami, criminali.

L’attentato all’aeroporto di Istanbul, il massacro a Nizza, il Golpe mal riuscito (sempre in territorio turco da parte dei militari): il mondo sta impazzendo e, in fondo, siamo già nel bel mezzo della Terza Guerra Mondiale, un conflitto diverso, contraddistinto da accordi finanziari, dal mercato delle armi e da attacchi violenti e improvvisi.

Per non parlare, poi, di quanto accaduto in Puglia, con lo scontro sullo stesso binario tra due treni regionali. Possono accadere all’interno del nostro Paese, che dovrebbe essere all’avanguardia sotto diversi punti di vista, incidenti come questi? Evidentemente sì.

E, diciamocelo, in questi casi non si trovano mai le parole giuste da dire. Parlarne? Non Parlarne? E’ difficile, proprio perchè, nonostante tutti i giorni lottiamo con i nostri problemi quotidiani che, talvolta, non ci lasciano dormire la notte, a pochi chilometri da noi accadono disastri che ridimensionano i nostri disagi, riducendoli quasi a facezie di poco conto.

Prima di questo week-end, onestamente, avevo pensato ad un editoriale dedicato ad una parte del lavoro nel mondo, quelle aziende “moderne” nella quale non esiste un capo in termini di organizzazione e che, sotto un certo punto di vista, potrebbero essere una soluzione innovativa per le condizioni precarie in cui ci siamo.

Eppure qualcosa mi, anzi ci, ha bloccato: come ci si fa ad arrabbiare per la mancanza di un impiego stabile quando, a pochi chilometri da noi, vengono letteralmente eliminate le prospettive future di uomini, donne e bambini, creature felici la cui vita è stata stroncata nel tempo di un battito di ciglia.

E’ una situazione ambigua, quella che viviamo. C’è tanta, troppa sofferenza in questo mondo, una crudeltà che ci accompagna sin dai tempi del Medioevo e che, nonostante la ragione umana, sembra catapultarci lassù in alto come la “stirpe” più aggressiva di tutto il mondo animale.

D’altro canto, non possiamo neanche dimenticare chi siamo e quello che stiamo facendo, nel qui ed ora. Fermarsi, avere paura, non sentirsi liberi sono tutti campanelli d’allarme che indicano quanto il terrorismo si possa insediare dentro la nostra anima. Ecco, forse questo (ma è il mio punto di vista, assolutamente opinabile) non deve e non dovrà accadere: è brutto da ammettere, ma dobbiamo vivere la nostra vita al di là di tutto.

Si faccia attenzione però: vivere non s’intende girarsi dall’altra parte e far finta che non sia successo nulla, bensì far caro delle cose che si hanno, degli affetti e delle opportunità che ci si pongono dinanzi giorno dopo giorno.

Per combattere la paura, è necessaria la cooperazione, l’integrazione, la pazienza. Il coraggio di ammettere: “sì, viviamo in un mondo strano, forse cattivo, ma non possiamo abbatterci per questo“.

Al netto di quanto affermato sin’ora, però, lasciatemi esprimere un giudizio meramente personale: è giunto il momento che, coloro che amministrano questo Pianeta, si siedano attorno ad un tavolo e comincino davvero a ragionare nell’ottica della salvaguardia delle persone umane, e non nell’ottica delle guerre di droni camuffate da missioni di pace.

Adesso basta davvero. 

 
 

Andrea Baldeschi

 
 
 

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