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Vivere per vivere, questo è il segreto

Ieri sera, guardando la finale del Campionato Europeo di calcio che ha visto il Portogallo vincere il suo primo trofeo, mi sono soffermato (credo come tutti coloro che amano questo sport) sulle lacrime di Cristiano Ronaldo e la standing ovation di tutto il pubblico nel momento della sua sostituzione a causa di un infortunio.

Ecco, quegli applausi mi hanno fatto pensare a come sia pazzo questo strano mondo, una medaglia costruita intorno a due lati così diversi tra loro.

Da una parte, infatti, combattiamo i nostri problemi quotidiani, dando il massimo per ottenere un posto di lavoro dignitoso e costringendoci ad alzarci dal letto quando le cose non vanno bene.

Siamo fatti così, d’altronde: eterni ottimisti, spinti da un istinto di sopravvivenza per il quale, ad un certo punto, ci sembra naturale urlare ai quattro venti che sì, ce la possiamo fare.

Avete presente Harvey Dent, meglio conosciuto come Two-Face? Se non ve lo ricordate, Dent è uno degli acerrimi nemici di Batman, chiamato così proprio per il suo volto: da una parte, solare, bello, tranquillo, normale; dall’altra squartato, bruciato, sfigurato a causa di un brutale incendio.

Ecco, con le dovute “precauzioni” del caso, anche noi siamo fatti così: abbiamo un volto, per così dire, stanco, lottiamo contro i nostri demoni, sopravviviamo e viviamo in un mondo dove o sei predatore o sei preda, non esiste una via di mezzo.

Allo stesso modo, però, siamo capaci di provare emozioni che ci fanno scappare dalla realtà e che rendono le nostre giornate molto più felici.

Tempo fa, forse in uno dei miei primi articoli, scrivevo che non si deve lavorare per vivere e vivere per lavorare. Si vive, punto e basta. Si vive degli hobby che ognuno di noi coltiva, il più semplice dei metodi per allontanarci dallo stress e, appunto, vivere.

Lo sport, sotto questo punto di vista, rappresenta un unicum straordinario.

Si badi, non è mia intenzione elogiare una disciplina piuttosto che un’altra, bensì veicolare un messaggio che, per quanto possa essere banale, ha un non so che di magico: lo sport unisce migliaia di persone, senza distinzione di sesso, appartenenza religiosa ed etnica. Senza differenza tra bianchi, neri o gialli.

Mi rifaccio al calcio e alla partita di ieri sera soltanto per il fatto che si tratta dello sport che meglio conosco, ma il discorso vale a 360 gradi: si pensi, ad esempio, alla finale di Wimbledon, o al Gran Premio della Formula 1.

Guardare un tifoso piangere perchè il suo idolo, appunto Cristiano Ronaldo, esce in barella con le lacrime agli occhi, se da una parte sembra una delle cose più stupide che si possano mai vedere, dall’altra concentra un significato profondo che ci rimanda al discorso precedente: siamo fatti per vivere di emozioni, per dimenticarci dei problemi (forse anche troppo), per vivere la giornata cercando un sorriso, una risata, un abbraccio.

Siamo fatti così, eterni sognatori che, con i piedi per terra, proprio non riusciamo a stare. E che, sì, piangono per uno sport che ha come unico scopo quello di calciare un pallone in una porta.

Beata ignoranza? No, semplicemente esseri umani.

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